Il virtual advisor: un’intervista ad Anna Cantagallo

Le aziende ai nostri giorni necessitano di figure a volte slegate dal mondo del marketing, che gestiscano il potenziale umano in un momento di grandi cambiamenti. In quest’ottica si inserisce la figura del virtual advisor, che ci illustra la Dott.ssa Anna Cantagallo.

 

Innanzitutto, che cos’è il virtual advisor?

Come indicato dal termine stesso, un “advisor” è un consigliere, seduto insieme agli altri membri dell’azienda al tavolo del CDA che di fatto agevola i processi decisionali, la risoluzione dei conflitti interni; può riferirsi anche a quel che riguarda tutto il tema del clima aziendale. Viene definito “virtual”, quindi virtuale, in quanto non è codificato a livello di statuto, di misura cameraria ma nonostante questo presenzia (nei vari CDA, nelle riunioni, nei meeting) pur non essendo un consigliere iscritto a camera e commercio, sia per evitare le implicazioni dal punto di vista amministrativo, sia per lasciare un certo grado di libertà e movimento all’azienda stessa.

 

Quali competenze deve avere il virtual advisor?

Le competenze richieste non sono specifiche in maniera peculiare dell’azienda, si tratta principalmente di competenze volte alla risoluzione di divergenze e conflitti, quindi risoluzione di rapporti umani. In poche parole, un problem solver strategico. Non è necessario che conosca i processi aziendali, i processi produttivi, ma che conosca le modalità e i processi attraverso cui risolvere problemi e conflitti, oltre che la strada per raggiungere un obiettivo.

 

Quindi il virtual advisor potrebbe essere una persona con competenze di base di comunicazione, psicologia, neuroscienze?

Assolutamente e rigorosamente sì. Conosce bene come funziona la mente umana, riesce ad individuare facilmente la personalità degli imprenditori o dei consulenti piuttosto che degli altri consiglieri quindi agevola il rapporto e l’interazione tra tutti questi.

 

Quali aziende gioverebbero di più dalla presenza di una figura del genere?

Le aziende volte al cambiamento. Il tema corrente è ormai il digitale, il cambiamento, l’innovazione. Quindi tutte le aziende votate al cambiamento interno e all’espansione, che può incidere sui processi e sugli approcci: se c’è un cambiamento spesso c’è una resistenza, perciò serve un agevolatore.

 

L’azienda deve quindi avere un CDA?

Sì se parliamo di società di capitali, che possono essere s.r.l piuttosto che s.p.a, ma nulla vieta che anche una piccola azienda possa avere necessità nell’ambito del proprio comitato esecutivo o tecnico di un facilitatore, pertanto queste aziende non rimangono escluse.

 

Quanti accessi sono necessari per permettere a questa figura di svolgere un buon lavoro?

La sua presenza viene richiesta in tutti i CDA, che sono minimo 3 o 4 l’anno, pertanto questi saranno gli accessi in media di tale figura nell’azienda.

 

Potrebbe essere chiamato su richiesta?

Assolutamente sì, se l’azienda lo riterrà opportuno.

 

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